Il territorio di
Prata Sannita




 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


storia del
G.A.P.S.

 

 

 

TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE NEL TERRITORIO DI PRATA SANNITA



Una ricerca a tappeto effettuata con ripetute ricognizioni sul territorio da parte dei soci del G.A.P.S. ha permesso in ventisette anni di attività, l'individuazione dei siti e la realizzazione di una carta archeologica. Prima di questo studio il territorio pratese, sotto questo aspetto era totalmente sconosciuto , il tutto è stato fatto sempre nel rispetto assoluto delle leggi ed in collaborazione con la competente Soprintendenza di Napoli e Caserta, che in più di un'occasione ha manifestato attraverso i suoi funzionari apprezzamento per il lavoro svolto.
Il G.A.P.S.  intende ringraziare i proprietari dei terreni ed i contadini per la assoluta e incondizionata disponibilità a consentire ai soci libero accesso alle loro proprietà.

PREISTORIA

L’Insediamento Preistorico in Località Pantani Fragneto.

Ricostruzione ideale dell'insediamento "Pantani Fragneto"durante il Paleolitico medio.

Insediamento Pantani Fragneto: Strumenti in pietra scheggiata del Paleolitico medio

Paleolitico medio
In seguito alle ripetute ricognizioni da parte dei soci del G.A.P.S., nell'area antistante il Convento di S. Agostino, sono stati ritrovati centinaia di reperti silicei ascrivibili al Paleolitico Medio (tra i 70.000 e i 35.000 anni fa) di cui è impossibile azzardare una datazione più precisa in quanto i materiali raccolti sono il risultato delle ripetute arature del terreno e sono frammisti ad altri reperti del Paleolitico Superiore, del Neolitico, e di epoche successive fino al medioevo. La presenza costante e continua dell’uomo su questo terrazzo fluviale ne testimonia la fertilità e la notevole capacità di difesa da eventi naturali. Le popolazioni più antiche che vi abitarono potrebbero essersi insediate già 70.000 anni fa durante l'interglaciale Riss -Wùrm, quando il clima della zona era caratterizzato da inverni freddi ed estati caldo umide simili a quelle africane (il lago del Matese non è altro che il residuo di un fronte glaciale di questo periodo) ovviamente questo tipo dì clima diverso, giustifica la presenza in questa zona di fauna di grossa taglia (elefanti. rinoceronti., mammut bisonti ecc.). I materiali ritrovati si riferiscono a reperti silicei lavorati dall’uomo di Neanderthal, che abitava questo terrazzo e scheggiava le pietre dure sul posto,  come testimoniano i numerosi scarti di lavorazione ritrovati,  ricavandone veri e propri utensili per la caccia e per la pesca (punte di giavellotto, ed in epoca tarda di freccia); utensili da taglio per la macellazione delle bestie catturate (coltelli  e lame a dorso); strumenti per la lavorazione delle pelli con le quali si proteggeva dal freddo (raschiatoi di vario tipo e grattatoi) e per la lavorazione dell’osso e del legno usati come supporto degli strumenti in pietra (incavi, bulini, schegge taglienti). La gran parte degli strumenti ritrovati in loc. Pantani Fragneto sono realizzati seguendo una tecnica di scheggiatura ben precisa detta «Levallois» dal luogo del primo ritrovamento in Francia, attraverso la quale per la prima volta l’uomo riesce ad ottenere delle schegge di forma predeterminate ed uno strumentario completo. L’uso dei più diversi materiali: selce anche di qualità scadente, arenarie a grana fine o  grossolana, diaspro, quarzite ecc. se da una parte evidenziano le qualità dell’uomo di Pantani Fragneto, dall’altra testimoniano la carenza di materia prima, probabilmente importata da zone vicine al fiume Volturno a pochi chilometri dal sito in questione ove sono stati individuati siti al momento sporadici; ad avvalorare tale ipotesi, da uno studio attento della diversità di patine che vengono a formarsi su uno stesso strumento di pietra, per il contatto con il terreno acido, si evince che la carenza di materiali abbia indotto l’uomo a riutilizzare le stesse schegge abbandonate nel luogo da un suo lontano predecessore. Non ci sono pervenuti al momento reperti fossili appartenenti alla fauna ed all’uomo, e non possedendo dati provenienti da scavi stratigrafici, non possiamo azzardare l’ipotesi di quanti uomini o capanne abitassero il sito, ma ipotizziamo che insediamenti di questo tipo per quanto se ne sappia accoglievano pochi nuclei familiari in quanto viene calcolato dagli esperti, in base alle attuali conoscenze, che la popolazione avesse una densità molto scarsa. Sappiamo che l’Uomo di Neanderthal, praticava il cannibalismo rituale, in quanto sono state ritrovate anche in Italia ( particolarmente importante il sito del Circeo non lontano da Roma ) sepolture tipiche con il teschio bucato in prossimità del foro occipitale, per l’estrazione del cervello, deposto al centro di un circolo di pietre contenente gli avanzi ossei del defunto che venivano tinti con ocra rossa a testimonianza di un primordiale rito di sepoltura.

Paleolitico Superiore e Neolitico   

Il ritrovamento di materiali litici del Paleolitico Superiore (  40.000 – 10.000 a. C. ) appartenenti all’Homo Sapiens Sapiens, cioè alla specie moderna, testimonia la quasi continua frequentazione del sito di Pantani Fragneto .
Il numero di questi reperti non ci consente per ora di azzardare delle conclusioni attendibili, pertanto ci limiteremo a descrivere sommariamente quelli più significativi.
Si tratta di strumenti di lancio; punte di freccia dette «a cran» caratterizzate da un incavo prossimale alla base per favorire l’immanicazione; punte «peduncolate» aventi due incavi alla base a formare un peduncolo da inserire sul bastone di legno di supporto; piccoli grattatoi che avevano la funzione di pialle; raschiatoi laminari, per le lavorazioni delle pelli, bulini per incidere legno ed ossa; strumenti perforatori per la lavorazione di osso e legno.
Il ritrovamento di due frammenti di ascia ed un frammento di un probabile pendaglio con foro, in pietra levigata ci testimoniano la frequentazione del luogo  anche durante il Neolitico ( 8.000 – 5.000 a .C. ).  

PROTOSTORIA

Non  sono al momento consistenti i ritrovamenti di materiali appartenenti a culture appenniniche, presenti non molto distanti dal nostro territorio (Monteroduni IS), al momento sono stati ritrovati sporadicamente in diversi punti del Monte Favaracchi, alcuni frammenti ceramici con decori inpressi e digitalati, ma essi non sono sufficienti per una corretta attribuzione. E' invece da attribuire al periodo sannitico o pre-romano il cosiddetto "Muro delle Fate" (foto al lato) in località Masseria della Corte, opera megalitica di notevole interesse.

IL PERIODO ROMANO  

 

I ritrovamenti del periodo romano si riferiscono a numerose «ville rustiche», vere e proprie fattorie attrezzate di tutto, la cui costruzione va inquadrata in un arco di tempo tra il II° secolo A.C. ed il III° secolo dopo Cristo.
A testimoniare tali presenze hanno   contribuito i reperti recuperati in occasione della costruzione della strada  Pere  Socillo in località Acquaro dove sono emersi i ruderi di un fabbricato con frantoio; provengono da questo sito una base di torchio in pietra successivamente murata in via Canale, numerosi frammenti di «dolia»(foto a sinistra), grossi contenitori per le granaglie, frammenti di anfore per conservare il vino ed altre sostanze liquide e una tubatura di piombo appartenente alla conduttura domestica.
A conferma di quanto detto i recenti lavori di metanizzazione  hanno portato in luce, in zona Le Starze, attraverso
un sondaggio autorizzato dalla Soprintendenza competente, i resti di una costruzione con pavimentazioni in mosaico bianco e motivi lineari neri. Già in precedenza il Gruppo Archeologico Prata Sannita aveva rinvenuto in zona consistenti quantità di reperti ceramici coevi ed una lucerna del IV° secolo dopo Cristo. Inoltre il ritrovamento di numerosi pesi da telaio e «fuseruole» in diverse zone (S.Agostino, Ciaccheri, Cupola, Canale), testimonia la presenza di telai per la tessitura di panni in lana.
La maggior parte delle ceramiche ritrovate sono di produzione locale e per la loro varietà di forme, in mancanza di dati provenienti da scavi stratigrafici, sono difficilmente inquadrabili cronologicamente; databili tra il III° e il I° secolo avanti Cristo sono invece i numerosi frammenti di ceramica «a vernice nera» ritrovati in zona Grotte La Starza  (foto a destra) . Al periodo tardo potrebbe invece essere inquadrato il primo centro abitato nel nostro territorio , citato negli antichi documenti medioevali come «Prata Piana» per distinguerla dal borgo medioevale nei pressi del  fiume Lete, attualmente non abbiamo notizie  certe in  proposito,  ma l’ubicazione non  doveva  essere lontana  dalla zona di S.Agostino.


PERIODO MEDIOEVALE

Abbiamo ragione di ritenere che le frequenti incursioni nella zona da parte dei Saraceni durante il IX° secolo abbiano indotto gli abitanti dell’antico centro detto «Prata Piana» a rifugiarsi in un posto più protetto per costruire  il borgo medioevale che tutt’oggi ammiriamo nel pressi del Lete, di cui si hanno notizie già prima dell’anno Mille. I ritrovamenti archeologici di questo periodo si riferiscono al recupero di reperti ceramici sporadici lungo la cinta muraria del Borgo Medioevale . Molto numerosi invece sono i reperti ceramici, metallici e vitrei ritrovati nell’area antistante i ruderi del Convento di S. Agostino, operante già dal 1310, i primi documenti che fanno riferimento al nostro convento sono relativi a trasferimenti di monaci e di beni voluti nel 1357 e 1358 dal P. Priore di Napoli . Durante gli anni nei quali rimase operante, il Convento rappresentò per gli abitanti del luogo un punto di riferimento anche sotto il profilo politico poichè il potere era concentrato quasi in eguale misura nelle mani del signore del luogo e del clero e questa condizione costituiva un motivo di equilibrio favorendo l’evoluzione non traumatica degli avvenimenti per le popolazioni autoctone. L’occasione di scambi commerciali era indirettamente favorita dal convento stesso, poichè nel giorno dedicato a S. Agostino ( 28 agosto ) si teneva nei pressi una fiera tanto ricca da essere definita  «reale» nelle cronache del tempo ed alla quale partecipavano mercanti e visitatori provenienti persino da Napoli. E’ più probabile che nel corso di questo incontro annuale venissero acquistate le stoviglie che costituivano il corredo dei monaci. Nel 1460, in una località più prossima al paese, venne edificato un nuovo convento dedicato a S. Francesco e dovuto alla devozione e all’opera dei Conti Pandone. Per circa cento anni i due conventi convissero quasi pacificamente se si esclude una disputa per il diritto alla precedenza nelle processioni; tuttavia, dopo il censimento dei conventi agostiniani in Italia nel 1650 voluto da Papa Innocenzo X, fu ordinata la chiusura di quelli che avevano un numero troppo ridotto di monaci e non godevano più dei lasciti che consentissero, come esigeva la regola, di non ricorrere alle elemosine. Il convento di S. Agostino di Prata fu considerato non attivo e nel 1652 ne fu ordinata la soppressione. Il degrado delle strutture, dovute all’abbandono, consentì lo spoglio delle statue  e dei motivi decorativi che abbellivano il complesso; nel 1708 un forte terremoto fece crollare le strutture ancora in piedi compresa la torre campanaria. Il saccheggio definitivo è avvenuto dopo il secondo conflitto mondiale, quando la popolazione locale e quelle dei paesi vicini hanno attinto alla grande quantità di pietre conservate in quel luogo. Nelle vicinanze sono stati recuperati materiali preistorici e romani a testimonianza della continuità di presenza dell’uomo in quel luogo. 
La quantità e la varietà dei frammenti ceramici medioevali recuperati, ha permesso la classificazione di numerose tipologie inquadrabili nelle produzioni dell’Italia meridionale, oltre a quelle di importazione dall’Oriente e dalla Spagna, databili tra il XIV° ed il XVI° secolo.

             
Convento di Sant'Agostino: Ruderi

Convento di Sant'Agostino: Frammenti ceramici acrivibili al sec.XV°